L'evento commemorativo

Celebrazioni per i 25 anni della Croce Bianca di Merate

Intervento del dottor Pino Bollini, ex responsabile del Pronto Soccorso dell'ospedale Mandic

Celebrazioni per i 25 anni della Croce Bianca di Merate

Pubblicato di seguito l’intervento del dottor Pino Bollini, storico responsabile del Pronto Soccorso dell’ospedale Mandic di Merate, in occasione delle celebrazioni per i 25 anni di fondazione della Croce Bianca di Merate, avvenute nel fine settimana.

Riflessioni del dottor Bollini sulla Croce Bianca e i Volontari del Soccorso di Merate

Di seguito la sua riflessione integrale.

Da poco sono tornato a casa e mi sto riprendendo. Non a causa del caldo, ma per un intenso bagno di emozioni. Ho partecipato alla cerimonia che ha celebrato i 40 anni di fondazione dei Volontari del Soccorso di Merate e i 25 anni della Croce Bianca di Merate.

Una cerimonia sobria, centrata sull’essenziale, con interventi brevi interrotti da forti emozioni, che li hanno resi ancora più autentici.

Non è stato un semplice ricordare episodi, ma un vero ritrovarsi. La differenza è difficile da spiegare, si può solo intuire. Quando un volontario partecipa a un intervento, fa parte di una squadra che si coordina e opera all’unisono, condividendo emozioni che ognuno tiene dentro. Non possono manifestarle durante l’operazione, altrimenti rischierebbero l’efficacia dell’intervento. Emozioni che non possono neppure portare a casa, cercando di risparmiarle a chi amano. Così, tentano di comunicarle agli amici, per alleviare il peso. Tuttavia, gli amici ascoltano e partecipano, ma difficilmente riescono a coglierne la pienezza se non le hanno mai vissute. Resta quindi che i volontari, quando si scambiano esperienze, condividono implicitamente anche queste emozioni, riordinarle e imparare a conviverci per andare avanti nel migliore dei modi.

Questo è ciò che realmente li unisce. Anche quando si rincontrano dopo anni, pur riconoscendo i volti, potrebbero non abbinare i cognomi (il nome è sempre corretto). Si riconoscono in quelle emozioni riservate a loro, che li hanno uniti allora e continueranno a farlo. Così, si vuole bene come una grande famiglia che vive nel presente.

Per chiarezza, io non sono mai stato un operatore dell’associazione. Ho partecipato alla sua nascita e gestazione, vivendo le stesse emozioni nel pronto soccorso dell’ospedale.

La storia sul territorio l’hanno scritta loro, probabilmente senza rendersi conto di farlo. Il loro slancio genuino e la disponibilità al servizio non lasciarono spazio per capirlo. Era necessario agire, e loro lo facevano. Se non c’era una risposta, la inventavano. Non esisteva Google Maps, quindi qualcuno ha tracciato percorsi brevi da condividere.

Chi scrive oggi la storia di ieri ha il compito di ricordarli.

Oggi può sembrare assurdo, ma il bisogno di soccorso esisteva, mentre la risposta organizzata era assente. Allo stesso modo, il pronto soccorso di allora era quasi privo di risorse, tranne la buona volontà, e cercava di organizzarsi come meglio poteva. Era una risposta dal basso a un sistema che ancora attendeva organizzazioni dall’alto. La medicina d’emergenza non esisteva, la scuola di specializzazione è arrivata nel 2009. Non c’era il 118. Era un’altra epoca, non migliore o peggiore, solo diversa, che la nostra generazione attuale non sarebbe neppure in grado di affrontare.

Nella cerimonia, non c’era nostalgia; c’era l’emozione che credo provassero tutti i volontari della prima ora, sia quelli presenti sia quelli assenti giustificati, impegnati in altri turni, sempre nel nostro cuore. Sono certo che, sebbene non compaiano nei libri di storia, questi volontari sono già eterni nei cuori di chi ha ricevuto il loro supporto in momenti difficili.

Nell’idea di “ci siamo tutti”, sono inclusi di diritto i giovani volontari attualmente operativi. Non sono generazioni che si susseguono, ma generazioni che si fondono per formare una grande squadra al di fuori del tempo. Il collante sono le motivazioni comuni e quelle emozioni uniche, forse comprensibili solo a chi le vive, che ci uniscono e continueranno a farlo. Se vuoi, chiamale “emozioni”. Io le chiamo professionisti che, alla ricerca della massima efficienza, scrivono una storia giorno dopo giorno, con sacrifici veri e anche con sdrammatizzazioni goliardiche che, quando si è sotto pressione, aiutano a mantenere la lucidità.

Tra efficienza ed efficientismo si colloca la coscienza individuale, che fa la differenza tra fare bene e apparire di fare bene. In fondo, è questo che genera le comunità invisibili delle emozioni condivise (soccorritori, sanitari, vigili del fuoco, forze dell’ordine, protezione civile). Arrivederci!

Pino Bollini